Prefazione
Passione e disillusione
Conosco Mario Raito da molti anni, ne ho seguito con curiosità ed interesse
le sortite poetiche, durante le diverse stagioni di reciproche e feconde
esperienze, che ci hanno visti sempre accomunati, appaiati: il poeta e il suo
critico, in un sforzo comune e consapevolmente utopico di violare la cortina
che separa le parole dalla vita o, meglio, dalla poesia, cui Raito si offre in
maniera inalienabile, inseguendo – sacrificando quanto dell’in sé vorrebbe
sopravvivesse, tramite una scrittura dallo stile unico e inimitabile.
A tale proposito, considerando che l’innanzi attestazione possa sembrare
di rivestire soltanto un qualche carattere amicale, verrebbe l’invito a leggere
e a riflettere circa l’impulsivo tumulto – davvero torrentizio – di poesia che
vive in tutto il componimento “Blaternostrum”: un papaverico parossismo di
parole, particolarmente rivelatore e viscerale come baraonda evocativa di
suoni e di voci, con e per le quali l’autore stesso – ora farneticante e quasi in
dispregio di tutti i canoni poetici, ora accomodante e rassegnato ad accettare i
suoi brutti e bei tempi d’esperienze e accadimenti – si annienta “… oh mein
Gott… acciso ‘ncuorpe come nostrum blaterar Pater in sancta sanctorum”,
così concludendo la sarcastica sedimentazione della sua inconcludenza d’uomo
e del passionale affievolirsi dell’urgenza emotiva.
Quantomeno del dire e fare poesia, Raito conosce i secreti e i rischi, le
tentazioni e malversazioni; per questa attitudine si comporta – nei confronti
della scrittura – come un abile stregone, che, nella serietà del suo ruolo, rifiuta
e rinuncia all’impiego del verso indebito, se non illecito. Sarebbe facile,
per lui, essere come gli altri e più degli altri, ma quest’immagine convenzionale
di sé non lo riguarda né lo intriga; da qui viene la sua scelta alternativa
di essere un out-sider della nostra letteratura: un poeta che scrive, da sempre,
perché non può farne a meno, ma pubblica dopo molti ripensamenti e tentennamenti,
senza pensare mai al successo mondano della sua opera.
Raito, insomma, scrive soprattutto per intrattenere il vociferante alter ego
che incombe e che segna l’accorato vizio della sua poesia, di cui parla spesso
male, pur se l’ama profondamente come un bene migliore, da non sciupare e
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disperdere nelle immancabili secche della passione, forse non rispondente alle
personali aspettative: “Io ho cercato un verso sopportabile, / più del fiato
di condotta dissipata fra coccolate annessioni di rinunce/ o dell’umore smagato
dal reputare qualunque criterio inetto annuncio, / che non avesse smisurata
agonia d’istrice martirizzata dal maestrale/ né l’animo del meschino
lombrico nel becco di frugale pernice…” (Il fattore soggettivo).
Nell’imbroglio di situazioni, non sempre agevolmente districabili, il poeta
si perde e si ritrova come in una commedia di cui egli è l’insostituibile regista,
l’unico possessore della magica chiave narrativa che consente di aprire lo
scrigno incantato delle parole, quelle altrettante indispensabili per recitare la
vita. Ma, prima di attingere all’insperato tesoro, occorre vagare – viaggiare,
mentre il linguaggio, scaturente quasi per gemmazione spontanea dal cappello
delle meraviglie del poeta – forbito giocoliere e provocante illusionista –
assolve il compito d’illuminare e oscurare, di abbagliare e spegnere l’irrefrenabile
gioco pirotecnico del cuore e della mente, che, all’unisono, ordiscono
trame inedite e impreviste, nelle quali si avverte l’agonia dell’esistenza già
vissuta e la voce struggente del presente che sembra allontanarsi – dileguarsi
definitivamente come l’ultima scintilla nella cenere di sigaretta : “L’introspezione
accorcia la vita da vivere / e, senza dubbio, allunga quella da soffrire /
come starsene a guardare dalla finestra, / rientrando poi a mani vuote ed occhi
pesti / per l’imitatorio inseguimento di volatile sorte…” (Indugio critico).
Poesia, dunque, difficile – spericolata è questa che, come una mappa coperta
nel fondo degli abissi, si dipana e svela il suo punto di luce. Il suo codice
letterario è nel gioco segreto di strane concatenazioni – coordinazioni e
corrispondenze a non scontati collegamenti, che il ritmo narrativo – si badi
bene, sempre poetico, malgrado la spiazzante simulazione della prosa – esalta
e, persino volutamente, enfatizza mediante un racconto riflessivo che,
spesso, si condensa in motti e aforismi; si avverte, oltremodo, in quei richiami
semantici e sonori, fortemente allitterativi, che rivendicano sfacciatamente
un singolare contesto di musicalità, quasi un’antica funzione di canto intimo
e intenso, irrinunciabile e irriducibile, nonostante la ritrosia del poeta tenda
a contenersi-costringersi per non rivelarsi troppo.
Questa è, sostanzialmente, la doppia anima di Raito: l’amore – odio, la passione
che domina e la disillusione che impera (così esige la Poesia poiché essa
vive del continuo e dilaniante faccia a faccia, ovvero del perenne e incoercibile
misurarsi, nelle proiezioni del pensiero, di forza e fragilità d’animo cui niente
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e nessuno può decretarne, dell’una o dell’altra, vittoria o sbaraglio conclusivo;
se accadesse il sopravvento dell’uomo – ordinarietà sul poeta – derivazione,
o viceversa, sarebbe la fine per qualsiasi eccellente lirica) su e nella
medesima ideazione – contesa, non composta da schemi astratti o priva di
realismo – praticità, che risulta poetica quanto critica e che, come tale, rischia
facilmente di non essere accettata poiché non capìta. Ma ciò non deprime né
impensierisce il nostro aèdo, che, in controcanto, recita la parte assolutamente
naturale di chi si dedica alle esigenze della poesia, privilegiandone dignità
lessicale e profondità ermeneutica: “E sarebbe inoppugnabile dualismo o
tafferuglio di squilibrato respiro / quando esigerebbe svelto nodo scorsoio o
impassibile filo del rasoio / se, nella ricerca d’impagabile dimensione – quale
voce che affronta vento – / inseguendo percezioni e anelando conferme
d’ascolto o folto seguito, / fosse tutto qui il tenero divertimento mirante a lacerante
sbocco…” (Es, dunque).
Nel breve spazio di una prefazione si raggruma il magma e l’ordine di Ordinario
derivato: un pensiero poetante, tra i più esuberanti ed esemplari del
nostro tempo. Bisognerebbe raccomandare al lettore – colui che, forse, non
ne ha voglia – di lasciar perdere; però, a chi è seriamente intenzionato a cogliere
le ragioni più assurde e vere della nostra poesia, questo poeta è da consigliare
come farmaco amico, anche perché su di sé, quale uomo e quale poeta
– come accennato all’inizio –, ha sperimentato le proprie sinestesie e, piuttosto,
anestesie: “… di colpe ed innocenze in disputa / come l’intimo lupo
che sbrana poesia / e l’agnello sociale che insaliva eresie…” (Rituale); e ancora:
“Ebbene sì, lo capirai, se e quando perderai sangue dal tuo orgoglio, /
cos’è la bella poesia che t’inchioda in aria e ti vilipende / dove gemito
d’emulazione scorre e tempra scaduta s’ingemma / d’acredine e scomunica…”
(Duttilità per guanciale).
Quando verrà il momento in cui i poeti – quelli non confusi dai dubbi e
dilettantismi di coloro che credono nella nascita di poesia dalla sera alla
mattina – riceveranno la giusta e dovuta attenzione della critica ufficiale, nel
pieno significato della parola, anche Raito conseguirà – di sicuro – l’indiscutibile
ed elevato riconoscimento letterario: “Rivolgersi alle stelle, / senza
scimmiottare giuliva rima sotto le ascelle, / se c’è tempo e animo d’attendere
risposta / e se non c’è un diavolo ad alzare la posta, / quando si ha bisogno
pure di scapestrate parole/ per non accusare onerosi distacchi del cuore…”
(Custodia avventizia).
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Probabile però che quest’uomo, routinario nella vita quanto spregiudicato
in poesia, neppure farebbe capriole di gioia poiché lui scrive come avesse
già ricevuto in dono, dall’esprit artistico di natura che provoca e protegge
i veri poeti, il segno distintivo dell’arte poetica.
Francesco D’Episcopo